IA, transizione tra formazioen e reskilling
by Maurizio Sibilio*La Commissione europea, attraverso la classificazione “European Skills, Competences, Qualifications and Occupations”, ha sviluppato un Occupations Pillar allo scopo di riqualificare un mondo lavorativo con elevata granularità e in continua evoluzione. L’avvento dell’IA sta trasformando radicalmente il significato del lavoro, riposizionando le funzioni umane, sia sul piano delle azioni professionali sia su quello delle responsabilità individuali e sociali. Nel 2024, secondo la Banca Dati Amministrazioni Pubbliche della Ragioneria Generale dello Stato, le PA italiane contavano su circa 3.400.000 dipendenti, dei quali il 58,8% in possesso di una laurea o un titolo superiore. Una nuova emergenza formativa per una popolazione immensa, corrispondente al 48% degli studenti delle nostre scuole, chiamata a fronteggiare una vera rivoluzione delle pratiche professionali.
In questo scenario si profilano due priorità: ridefinire finalità, metodi e strumenti del sistema dell’istruzione e della formazione e, nel contempo, avviare un radicale processo di riqualificazione professionale che trasformi l’Intelligenza Artificiale in un’opportunità per migliorare la vita lavorativa, senza corrodere l’occupazione. La diffusa preoccupazione che l’IA produca l’alienazione dei diritti fondamentali, avvalorata da autorevoli personalità come Geoffrey Hinton, informatico, scienziato cognitivo e Premio Nobel per la Fisica nel 2024 e padre delle reti neurali artificiali e del deep learning, non può tradursi nel tentativo di bloccare la diffusione dell’IA; sarebbe come rinunciare a navigare perché non siamo in grado di fermare il vento, le onde e le correnti del mare.
L’impatto globale dell’IA ci interroga, dunque, su come impiegarla per il bene comune, sviluppando una cooperazione tra ricerca, professioni, educazione e politica. Sul versante della ricerca è ingenuo puntare solo sulle discipline STEM, di fronte a un’evoluzione non solo tecnologica, ma antropologica, biologica, sociale e cognitiva, che necessita dell’apporto delle aree umanistiche, neuroscientifiche e professionali. Questa fase di “cerniera”, tra il prima e il dopo l’IA, dovrebbe essere improntata al servizio dell’uomo e alla qualità della sua vita, con una visione sistemica e responsabile, cogliendo questa straordinaria opportunità per ridefinire il significato del lavoro, rifondandolo non più sulla quantità e sul tempo della prestazione, ma sulla qualità delle funzioni e sulla responsabilità delle azioni.
Sul piano politico è assente una riflessione autenticamente “profonda” sulla transizione lavorativa in atto. Analizzando le azioni dell’UE e quelle del Parlamento italiano, si riscontrano infatti solo indirizzi prescrittivi che toccano marginalmente i bisogni formativi emergenti. L’AI Continent Action Plan, adottato dalla Commissione europea nell’aprile del 2025, pur dedicando una specifica sezione all’“Upskilling and reskilling the EU workforce and population”, non ha definito un nuovo orizzonte di senso del lavoro che riposizionasse qualitativamente le funzioni umane. La Risoluzione del Parlamento europeo del 17 dicembre 2025, recante raccomandazioni su come ”plasmare il futuro del lavoro, per delineare un quadro di riferimento sui bisogni relativi all’IA” si è affidata taumaturgicamente al mercato del lavoro, relegando gli Stati membri alla funzione notazionale di monitorare domanda e offerta, trascurando così di indicare su quali basi fondare una riconversione qualitativa e uno sviluppo di ambienti tecnologici compensativi e assistivi per i disabili e i fragili, in linea con il principio «human in control». Quest’approccio “semplificato” si è replicato nelle politiche della maggioranza parlamentare italiana che, con la Legge n. 56 del 2024, ha definito, all’art. 4, una strategia nazionale, trattando l’uso dell’IA da parte dei minori di 14 anni come una responsabilità esclusiva dei genitori, senza garantire loro le conoscenze necessarie per valutarne i rischi.
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Andrebbe quindi definita una strategia formativa generalizzata e una riqualificazione professionale, che non si limitino a “istruire all’uso dell’IA”, ma che aiutino a conoscerne e gestirne i rischi, acquisendo competenze per riconoscerne la capacità di auto-miglioramento ricorsivo. Ci si dovrebbe interrogare su come fronteggiare la capacità manipolativa dell’IA, riconoscendone il potenziale autocorrettivo e l’uso strategico del falso, prevedendone la capacità di migrare autonomamente verso altri sistemi in assenza di richieste umane e contenendone la pervasiva azione autoconservativa.
È urgente un piano straordinario di reskilling, partendo dal lavoro svolto dalla classificazione europea ESCO, che ha messo in relazione 3039 professioni attraverso una classificazione nella quale ogni occupazione è posta in relazione ai tasks concreti che la caratterizzano. Formare un portfolio di competenze sistemiche e interconnesse sull’IA non richiede solo l’acquisizione di tecnicismi digitali, ma anche un esercizio cognitivo ed etico, che valorizzi forme di pensiero non lineare, e quindi divergente, laterale, emotivo e relazionale, per attingere al nostro prezioso patrimonio umano “incarnato”, che nessuna macchina potrà mai replicare.
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Come magistralmente richiamato di recente da Papa Leone XIV, le tecnologie sono capaci di “accrescere partecipazione e giustizia, oppure ampliare disuguaglianze, controllo ed esclusione”. Nella scuola e nell’università, oltre all’alfabetizzazione digitale, sarebbe quindi fondamentale promuovere lo sviluppo del pensiero critico e una visione interconnessa del mondo, accompagnando le nuove generazioni all’acquisizione di principi e valori inalienabili e universali che sono presenti nella nostra Costituzione, come la giustizia, la responsabilità, la solidarietà e la partecipazione. Urge un modello di formazione e reskilling che si fondi su principi educativi, capace di farci “trarre fuori” le reali opportunità offerte dall’IA per il bene comune e, nello stesso tempo, “mettere dentro” l’ambiente tecnologico il segno dell’umano: scommettere sul futuro del mondo sentendosi responsabile non solo del proprio destino, ma di quello di tutti e di ciascuno.
*Professore Ordinario di Pedagogia Speciale Università degli Studi di Salerno e Presidente Federazione Società Scientifiche Ricerca Educativa (FERE)
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